Venezia e l’Arte Profumiera. Sorpresa del cuore e della testa.

Andar per musei e sentirsi a casa.

Ecco cos’è Palazzo Mocenigo per Italian Beauty.

Sede museale, appartenente alla rete dei musei civici di Venezia, Palazzo Mocenigo racconta la storia di Venezia dal punto di vista dell’uomo d’affari: tessutaio, speziere, saponiere, vetraio, sarto, ricamatrice.

Sotto volte affrescate, ritratti austeri e richiami alla storia del potere della Serenissima dal Quattrocento al Settecento, si vive e si annusa, letteralmente, la vita agiata e feconda di quanti sono passati veloci  fra le pieghe della storia e delle cronache quotidiane.

Come disse l’amico conte Lodovico Tommaseo, discendente del Nicolò eroe risorgimentale, “non c’è poi tutta questa distanza fra i nostri avi ed i contemporanei”.

Non c’è distanza nella Bellezza. 

I Damaschi di Venezia erano apprezzati allora come oggi. Allora erano prodotti da Rubelli, Bevilacqua. Oggi sono prodotti da Bevilacqua. Rubelli distribuisce altri preziosi tessuti.

I vetri di Venezia, sempre in competizione con i cristalli di Boemia, sono ancora patrimonio delle mani e delle guance di pochi maestri vetrai.

Ma i profumi, care amiche, i profumi sono stati portati a Venezia ed i Veneziani ne hanno tratto un’industria che ha precorso ed ospitato, poi, negli anni Settanta l’industria di massa della cosmesi.

Qualcuno ha ricordo di Vidal, del Pino Silvestre e del cavallo bianco al galoppo lungo la spiaggia?

Ecco, quei Vidal hanno deciso di sostenere il Museo Mocenigo e le stanze della profumeria.

Si tratta del primo percorso espositivo di questo tipo in Italia. Ricettari antichi, boccette, manuali di cosmetica ma anche e soprattutto decine di “stazioni olfattive”. Ed un Manuale del 1555, il prezioso manuale di cosmetica “I Notandissimi secreti de l’Arte Profumatoria (G. Rossetti, Venezia, 1555). Il primo ricettario occidentale che cataloga  più di trecento formule di cosmetici in uso nella Venezia di allora. Ricette che parlano di “acque odorifere” per la casa, ciprie e profumi che divennero un testo fondamentale per i muschieri, i saonieri e i “venditori de polvere de Cipro” che lavoravano a Venezia utilizzando cannella di Ceylon, cedri, rose, zibello o peri moscatelli.
E pure la collezione di flaconi in vetro Storp, fra le più importanti al mondo:oltre 2.500 oggetti da esposizione databili fino al 2.000a.C..

Che piacere.

Che sorpresa,

Che gioia.

Se rinasco, rinasco profumiera. Testa, cuore, fondo.

Li cerco nei bracieri di Libano e Cipro: ladano, macalepi, storace liquido, rose moschette, legno di silobalsamo, zafferano.

In quelli di Alessandria d’Egitto: cipero odoroso, zafferano, mirra, nigella bianca, malaguetta, gelsomino.

In quelli di Spagna e Francia: melissa, rose moscadine, canestrello, clamento aromatico, lavanda.

Mi soprendo dell’aspetto della mirra, del muschio, e dell’uso delle spezie di cucina (coriandolo, anice stellato, timo) in profumeria.

All’uscita scopro che l’eredità della profumeria veneziana è stata raccolta nel marchio “The Merchant of Venice”, ed in una piccola catena di negozi di profumeria artistica- quattro in tutto- di cui tre a Venezia ed uno a Verona.

Andrò a cercarle.

Testa, Cuore, Fondo.

 

Palazzo Mocenigo: info http://mocenigo.visitmuve.it/

 

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BRUNO SALOMONE: ELEGIA DELLA PELLICCIA

A guardarlo Bruno Salomone, classe 1961, ha l’eleganza un pò decadente di molti “portatori” di barba ventenni. Ed un tocco sognante che ha assorbito in molti anni di lavoro alle direzioni prodotto di numerose maison italiane ed europee.

Incuriosisce guardarlo, mentre espone le sue creazioni pelose nell’atelier FashionArt di Savona, città di mare, lontana dai distretti veneti, lombardi e toscani che si contendono il primato dell’eccellenza italiana di lavorazione della pellicceria.

Savona dove l’azienda storica di famiglia produce e vende pellicce di alta gamma da generazioni.

E diverte.

Bruno Salomone non si prende eccessivamente sul serio. Lavora con Tivioli e Marni, ma nel suo atelier ha sfondi che ricordano la carica dei 101.

Presiede alle giurie dei più importanti eventi di settore, ma si fotografa i capi con il telefonino.

Bruno Salomone sta cercando di “rivoluzionare” il concetto della pelliccia attraverso l’uso del colore e delle lavorazioni ad intarsio ma non dà a conoscere che ha studiato marketing e posizionamento internazionale del prodotto.

Bruno Salomone non si propone come “ri-cercatore” della moda. Eppure in Francia dove opera Marion Chopineau, si creano sculture in pelliccia e la ricerca sul materiale si arricchisce di tecniche stupefacenti che paiono essere apprezzate soprattutto in Cina; Cina e Francia che rappresentano anche due dei principali mercati di sbocco delle produzioni italiane. E dove Bruno Salomone è presente ed intende rafforzarsi.

E’ simpatico. Si diverte.

Recupera e nobilita un mestiere ed un settore che affondano radici nelle norme suntuarie rinascimentali. Nel XV secolo il mastro artigiano non poteva confezionare “palandrane foderate di pelliccia” a chi per legge non se le poteva permettere.

Che il problema della pelliccia non è nell’oggetto in se, ma nell’averla voluta, pensata e distribuita come un bene di largo consumo.

Un capo in pelliccia è un tributo trascendente. Adempie alla sua funzione quotidiana coprendo corpi glabri e proteggendoli dalla natura poco benefica. Ma porta in sè la forza di una specie che migra in un’altra. E da questa ai suoi posteri.

Come un talismano.

Come un rosario.

Come un oggetto d’arte.

Così nella galleria di Bruno Salomone rientrano i parka, usciti dal modernismo degli anni Cinquanta e dalle foto di Kate Moss degli anni Duemila, riportati all’etimo originale della lingua nenets russa “fatto di pelliccia” ma nuovamente cambiati: dentro voltpe tinta e fuori tessuto idrorepellente cosparso di farfalle ricamate.

E bolerini di zibellino canadese che Audrey Hepburn avrebbe indossato a Roma.

E visoncini bianchi e leggeri come zucchero filato che a toccarli, senti sotto le dita i petali di ghirlande pastello.

E cappotti di visone nero con grandi bolle bianche ad alzarsi sullo sfondo dell’asfalto cittadino.

E bikers rossi, blu e gialli che paiono colorati da bambine norvegesi.

Creazioni che portano date così che siano più facili da ricordare, a stratificare periodi creativi, come i periodi blu o rosa di Pablo Picasso.

Come questa collezione, che di cronaca, porta l’anno domini 2016.

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BEYONCE: UN’ ICONA DI STILE A NEW YORK

E’ di questi giorni l’attribuzione del Fashion Award 2016 che il Council of Fashion Designers of America (Cfda) ha assegnato, fra gli altri, anche all’italiano Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci.

Metto da parte l’orgoglio nazionale e guardo le cose da un altro punto di vista.

A mio parere la vera notizia è l’attribuzione dell’Icon Fashion Award a Beyoncè, procace pop star che all’Hammerstein Ballroom di New York, ha sfoggiato un cappello a larga tesa degno di Pancho Villa accompagnato ad un luccicante blazer dal taglio maschile.

Non che altre fotografatissime mise della cantante, al secolo Beyoncé Giselle Knowles-Carter, ci avessero lasciate indifferenti. Abbiamo ancora gli occhi colmi di volants e ricami messicani e stivali iperbarocchi.

E pure di rotonde nudità incorniciate da bustini ottocenteschi neri o raccontate da body di pailletes.

Che gli ammiccamenti dell’industria dello spettacolo e della moda vadano verso l’america latina è un dato di fatto, così come lo spagnolo è la seconda lingua negli USA.

Ci incuriosisce, però, capire se vi sia una relazione fra la scelta di una dea latina, lo stilista Rubin Singer che ne ha curato lo stile nelle turnèe di maggior successo e fra questi e Neiman Marcus, catena di negozi del lusso.

Parrebbe che il tratto comunce sia il Texas, stato che ha dato i natali a Beyonce nel 1981  e a Neiman Marcus nel 1907.

Rubin Singer, designer di origine russa, figlio d’arte con significative esperienze in Oscar De La Renta  ha cucito l’ordito di una relazione di successo.

Gl’ingredienti sono la solidità del business Neiman Marcus, società quotata alla borsa di New York e di recente acquistata per 6 miliardi di dollari da Ares Management e dal Fondo Pensioni Canadese; la notorietà di una timida cantante, poi cantautrice, attrice e produttrice che ha venduto 33 milioni di dischi; ed il talento di Rubin Singer un giovane che ha appreso le tecniche del costume dal padre Alik che disegnava e realizzava i costumi del Bolshoi Ballet e del Teatro Stanislavsky.

E per la cronaca, ecco l’elenco di tutti in vincitori dei CFDA Fashion Awards 2016

Fashion Icon Award: Beyoncé
Womenswear Designer of the Year: Marc Jacobs
Menswear Designer of the Year: Thom Browne
The Accessory Designer of the Year Award: Rachel Mansur and Floriana Gavriel for Mansur Gavriel
Swarovski Award for Womenswear: Brandon Maxwell
Swarovski Award for Menswear: Alex Orley, Matthew Orley and Samantha Orley for Orley
The Swarovski Award for Accessory Design: Paul Andrew
Geoffrey Beene Lifetime Achievement Award: Norma Kamali
The Founder’s Award in honor of Eleanor Lambert: Donna Karan
The Media Award, in honor of Eugenia Sheppard: Imran Amed of the Business of Fashion
The International Award: Alessandro Michele of Gucci
The Board of Director’s Tribute: David Bowie

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ALITALIA: QUANDO L’ABITO FA L’HOSTESS.

Ho sempre pensato che l’abbigliamento sia un codice immediato di comunicazione. E da tempo credo che l’abito faccia il monaco. O l’hostess. E il Made in Italy.

Le nuove divise Alitalia, un tempo compagnia di bandiera italiana, ora per il 49% di proprietà di Etihad, compagnia di bandiera degli Emirati Arabi Uniti, hanno movimentato la comunicazione social degli ultimi giorni.

I commenti sono stati vivaci ed improntati alla massima dialettica estetica: colori, foggia, misura del tacco, lunghezza dell’orlo, riproposizione del cappellino.

Sia uomini che donne, prevalentemente viaggiatori e clienti di Alitalia hanno notato un avvicinamento ai criteri arabeggianti di una divisa che vuole raccontare il Made in Italy nel mondo.

In effetti, le somiglianze con la divise di hostess e steward Etihad sono davvero notevoli.

Etihad, del resto, non fa mistero di voler riproporre “il meglio dell’accoglienza araba (cultura, cordialità, generosità e attenzione) e di esaltare il prestigio di Abu Dhabi come fulcro dell’ospitalità al crocevia fra Oriente e Occidente.”(fonte: sito ufficiale Etihad).

Etihad possiede sicuramente la strategia per raggiungere questo risultato: oltre ad Alitalia, partecipa Air Serbia, Air Seychelles, Air Berlin, Virgin Australia, Jet Airways.

Fondata nel 2003 per editto reale, ha il suo hub ad Abu Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi Uniti, possiede una flotta di 66 velivoli, opera più di 1000 voli alla settimana, serve una rete internazionale di 84 destinazioni passeggeri e cargo in Medio Oriente, Africa, Europa, Asia, Australia e Nord America.

Qualche giorno addietro anche le anteprime delle nuove divise Turkish Airlines disegnate da Dilek Hanif hanno popolato le pagine dei social.

Argomentate dissertazioni sulla lunghezza degli orli, sui colori (molto rosso) e sui robemanteau di chiara ispirazione “arabeggiante”. E l’individuazione di precisi riferimenti alle divise delle linee aree del Kuwait o dell’Arabia Saudita che, a dire di taluni esponenti del fashion design turco, non rispecchiano la cultura openmind della Turchia.

E dire che la bionda 53nne  Dilek Hanif, protagonista del fashion business turco,  dal 2004 partecipa alla Settimana dell’Alta Moda di Parigi.

 

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Bucket, saddle o Hand Bag? A quale borsa darete rifugio?

Oggi, care amiche, ci vogliamo occupare di borse, non le Borse affari, pericolosamente altalenanti sui grafici dei nostri monitor. Non quelle borse.

Borse. Quelle che ciondolano elegantemente dai nostri avambracci o dalle nostre spalle, più o meno pesanti, più o meno decorate, più o meno farcite del nostro mondo segreto.

Dalle sfilate di Milano, Londra, Parigi, New York..e scusate la casualità del novero, gli esperti di tendenze hanno individuato tre direttrici del gusto che sicuramente influenzeranno le voluttuose acquirenti di borse di tutto il mondo per le stagioni a venire del prossimo biennio.

Et voilà, i trend sono: borse a secchiello (bucket bag), borse bisaccia (saddle bag) e borse a mano con tracolla removibile (thick strap hand bag )

Perchè andiamo così golose di accessori?L’etimo di accessorio è latino: acceder, che significa aggiungere, accrescere. Non è Lusso, è qualcosa di utile che si aggiunge al corpo.

Il secchiello è la forma più primitiva di borsa, viene dal Medioevo, ed è la borsa da viaggio in uso anche ai pellegrini.

La borsa bisaccia ovvero saddle bag, prende la sua malia dalle bisacce equestri, poggiate a fianco o sotto la sella del cavallo. Una parte della fascinazione esercitata da secoli di immagini e statue equestri si è, quindi, trasferita sull’oggetto che Gucci, Hermes solo per citarne alcuni, hanno trasferito dalle scuderie nobiliari agli armadi delle benestanti di tutto il mondo.

Infine la borsa a mano, utilizzata nel primo  Novecento per portare fazzoletto, rossetto e cipria, si è fatta un pò più grande, a volte, ed un pò più versatile, raccogliendo anche la cinghia larga della postina, che libera le mani.

Ecco alcune proposte di bucket, saddle e hand bags viste in sfilata.

Nel vostro armadio, a quale darete rifugio?

 

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Cara, Imaan, Xu: chi è la più bella del reame?

Siamo ancora noi bianche le più belle del reame del fashion?

Pare di no. Copertine illustrate, passerelle ed agenzie propongono interpreti della bellezza la cui nascita,  nell’immaginario collettivo, è stata preceduta da cartoons  e da classi di scuola miste.

Nel mazzo d’incantevoli fiori che ci sono consegnati dai protagonisti occulti della seduzione, si trattengono i colori ma non le dimensioni. Una forzatura che nasconde il pugno di ferro del “primato” culturale?.

L’interpretazione del corpo nella cultura bianca occidentale continua a patire delle costrizioni: un tempo avevamo collari, corsetti, stecche. Oggi offriamo corpi che sfilano in altezza senza guadagnare consistenza.

Dice la 21nne Xu Nayu,  protagonista delle passerelle a Shanghai per le maison occidentali, che la bellezza in Cina è diversa da quella che le appartiene lei. In Cina cercano volti dai grandi occhi, non obliqui,  su pelle bianca e sereno distacco.

In Occidente cerchiamo le copie di Mulan, così che le agenzie tengono due diverse linee di proposte di bellezze, quella per la Terra di Mezzo, e quello per l’altro mondo.

In Mediteranneo africano, la bellezza è molto meno eterea di quella offerta da  Imaan Hammam,  la 19enne egizio-marocchina scesa da Amsterdan a decorare le passerelle di Givenchy, Prada e Jean Paul Gaultier.

Cara Delevingne mantiene il suo posto nelle preferenze della stampa di settore. Fino a quando gli editori delle più diffuse riviste di moda saranno in Occidente.

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UNDRESSED: BREVE STORIA DEL PUDORE

A Londra, al Victoria & Albert Museum, su iniziativa di Agent Provocateur e Revlon, si ripercorre la storia occidentale del pudore con un’accurata esposizione di culotte, reggiseni, corsetti, biancheria intima che le nostre prozie ed antenati hanno usato nel corso di tre secoli.

Perchè a Londra si senta l’esigenza di raccontare in una mostra, l’immaginario del desiderio degli ultimi 300 anni, non ci è chiarissimo.

Forse una risposta ad una caduta dei consumi di mutande e reggipetti?

Un tempo le “scostumate” portavano mutande orlate di pizzo lunghe fino ai polpacci. Oggi le scostumate chi sono? Forse quelle che si vestono di lingerie costosissima? Oppure quelli che usano lingerie femminile per incantare il pubblico dell’Eurofestival?

Ed è davvero seduttiva la lingerie? O abbiamo perduto, noi occidentali, la fascinazione del packaging che viceversa conservano in altre culture? Magari per eccesso di delusioni dopo lustri di imbottiti, push up anteriori per lui e per lei, push up posteriori per lui e per lei.

Che sia molto più seducente, adesso, una lunga tovaglia nera omnicomprente, così penitenziale e tanto vista nelle icone di arte sacra, magari non dipinta di buio ma di un bel azzurro lapislazzulo?

E di questa eredità culturale ed artigianale, che la mostra “Undressed: a Brief History of Underwear” mette in scena dal 16 aprile 2016 al 12 marzo 2017, ne trarranno giovamento anche i 1.810  produttori italianie gli oltre 15mila addetti del settore lingerie?

Vale la pena ricordare che, per il nostro tricolore, che non dedica una mostra lunga un anno alla storia dell’intimo, l’export di settore vale oltre 2 miliardi (dati 2015). E che la filiera dell’abbigliamento intimo ha subito una cura dimagrante del 18% nel corso degli ultimi 5 anni.

Mica corsetti con stecche di balena!

Se, poi, il mito del maschio latino si sia appannato e di conseguenza le donne europee e russe abbiano deciso di non indossare più il packaging della seduzione tricolore…beh…andrebbe verificato.

I dati relativi alle esportazioni sono significativi: va in Europa il 77,4% dei nostri prodotti, ma è in leggera diminuzione (-0,6%). Le Fraulein preferiscono italiano a turco e comprano un bel +7,5%, come pure le senoritas d’Espagna (+6,5%) e le algide Britanniche (+13,4%).

In Isvizzera e Russia ci abbandonano.

Per le Asiatiche restiamo in cima ai sogni proibiti (+14,4%)

Mostra “Undressed: a Brief History of Underwear“, Londra, V&A Museum,

16 aprile 2016 al 12 marzo 2017

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Cosa ci resta della London Fashion Week?

Cosa ci resta della London Fashion Week? Appunti.

A Londra non si prendono spunti dal viaggio. Si fa un viaggio, come si usa dire fra gli under20. A Londra si può e si osa tutto: punk, goth e jap, italiano ed echi couture.

Molto più di New York dove il vero “métissage”  è consumato fra lo sportswear e il ready to wear.

A Londra si scelgono stilisti di origine italiana come Antonio Berardi, trentenne, discendente di siciliani emigrati in Gran Bretagna, studi al Central Martin College of Art & Design, un recente passato in qualità di assistente di John Galliano.

Antonio Berardi, un marchio indipendente gestito direttamente dal designer “British Sicilian” che mescola la severità del taglio inglese con la potenza cromatica del Mediterraneo e che viene prodotto dall’italiana Gibo.

Si applaudono italiani di seconda generazione come Antony Vaccarello, trentenne di cittadinanza belga ma di origine italiana, laureato in arte (scultura), inizialmente ispirato da Jeff Koons alla musa Cicciolina e poi arruolato nel fashion system da Karl Lagerfeld che lo mette a capo della divisione pellicceria di Fendi.

A Londra Antony Vaccarello ha disegnato la primavera 2016 di Versus by Versace in virtù della sua competenza in erotismo e rispetto della tradizione del marchio.

A Londra la primavera-estate 2015/2016 porta i colori:  rosso veneziano, nero, bianco e aragosta,  pennellate di giallo, incursioni pastello e i colori della Union Jack.

A Londra si lanciano, ancora oggi, messaggi universali. Quelli di Vivienne Westwood Red Label, seconda linea della designer londinese: contro il fracking “il fracking è un crimine”, e contro le ristrettezze economiche “l’austerità è un crimine”.

A Londra si applaude Burberry, che dopo la regina Iddio salvi il simbolo del dress code britannico, che appunto è una commistione di stili: romantico nei pizzi e nei fiori e nei tulle, ribelle nei biker jacket e caban con bottoni dorati, orientaleggiante nel raso della lingerie a vista sotto pellicce, cappe, montgomery. Sovrasta l’immancabile trench, cifra stilistica del brand, rivisitato con stampe floreali e tagli scampanati. Oppure corto fino a metà coscia, ovvero fluttuante .

Mario Testino approva.

VersusVersace-LFW-SS2016

AntonioBerardi-LFW-SS2016

Burberry-LFW-SS2016

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