EXPO 2015: Il DIAVOLO VESTE ANCORA PRADA?

Miranda Priestly non ce l’aveva detto nel celebre sermone de Il Diavolo veste Prada, Bibbia folk delle milamila fashioniste audio-visive-digitali, aveva taciuto che la “moda” fosse un business per Paesi in via di Sviluppo. E invece è arrivato il libro della signora Nicola White del Central Saint Martins di Londra “Ricostruire la moda italiana. Il ruolo chiave degli Stati Uniti d’America nello sviluppo del sistema industriale del Made in Italy, pubblicato in Italia da Deleyva Editori a farci comprendere ciò che centinaia di annunci media dedicati agli accordi di scambio multilaterale, origine delle merci, Italian sound hanno, invece, fuggevolmente impressionato le nostre retine.

Teniamo a farvi sapere che Nicola White è stata docente e capo di dipartimento alla Central Saint Martins di Londra ed è autrice, oltre al già citato Recostructing Italian Fashion. America and the Development of the Italian Fashion Industry, di The Fashion Business: Theory, Practice, Image (Berg Publishers, 2000) scritto in collaborazione con Ian Griffiths, Consulente Creativo di MaxMara e professore al Fashion Design Research Center della Kensigton University di Londra, nonchè della biografia Giorgio Armani (Carlton Books, 2000)
La moda è un business per paesi poveri. Un’appendice di lavoro e PIL lasciata a mani femminili ed infantili, regolata da accordi internazionali che a volte profumano di “proibizionismo” altre volte di globalizzazione. Una versione “indossata” dei trattati sull’agricoltura, anzi, una divagazione sul tema dei prodotti della terra..da una parte ciò che metti nella pancia – il cibo, dall’altra ciò che metti sopra la pancia – l’abito. Chissà se all’Expo 2015 avranno voglia di raccontare anche questa storia.
Ebbene, cari esteti, noi crediamo che l’Italia sia tornata ad essere un paese in via di sviluppo.
E dunque, leggiamo il libro di Nicola White edito da Deleyva Editore, come una sorta di Piano Marshall delle sartine di paese e di tutti quegli artigiani, sarti per uomo e per donna, che si sono contesi i panni ed i centimetri della popolazione italica.Un Piano Marshall dell’ago e del filo targato USA.

Scrive, infatti, Nicola White che il settore tessile fu l’unico comparto industriale rimasto indenne in Italia al temine della seconda guerra mondiale, e divenne il beneficiario privilegiato del piano di investimento americano Marshall. L’apporto di nuove metodologie e tecnologie di produzione in serie applicate all’industria, insieme all’apertura di un grande mercato di consumo, costituirono il ruolo chiave degli Usa nello sviluppo del tessile e della moda italiana.
Secondo l’autrice Nicola White, lo stile italiano della moda realizzò la sua identità esprimendo soprattutto la domanda di mercato della classe media americana. Le collezioni italiane, da Pucci alle Sorelle Fontana, Ferragamo e Max Mara permisero sia l’esplosione del fenomeno della moda italiana in America, sia la rappresentazione dell’ideale dell’italianità nell’immaginario collettivo dei cittadini statunitensi, in cui

l’Italia divenne la meta privilegiata di un viaggio sentimentale verso l’arte, la cultura e i luoghi ameni turistici.

Il 12 febbraio 1951 la grande esposizione della moda e del tessile organizzata da Giovanni Battista Giorgini a Firenze, segnò la nascita della moda italiana, e liberò lo stile italiano dalla sudditanza della moda di Parigi.
Ci sentiamo di condividere le parole d Nicola White, che diffondiamo già da tempo, logorroiche ed inascoltate prefiche:

“All’inizio di un nuovo millennio, in un‘epoca in cui le nazioni stanno lottando per conservare e sviluppare la loro identità culturale, è importante che le radici della moda italiana (un settore che ora è una rappresentativa icona di identità nazionale italiana) siano infine adeguatamente riconosciute e comprese.”

Un nuovo Piano Marshall, appunto. Non un’invasione cinese.

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