BRUNO SALOMONE: ELEGIA DELLA PELLICCIA

A guardarlo Bruno Salomone, classe 1961, ha l’eleganza un pò decadente di molti “portatori” di barba ventenni. Ed un tocco sognante che ha assorbito in molti anni di lavoro alle direzioni prodotto di numerose maison italiane ed europee.

Incuriosisce guardarlo, mentre espone le sue creazioni pelose nell’atelier FashionArt di Savona, città di mare, lontana dai distretti veneti, lombardi e toscani che si contendono il primato dell’eccellenza italiana di lavorazione della pellicceria.

Savona dove l’azienda storica di famiglia produce e vende pellicce di alta gamma da generazioni.

E diverte.

Bruno Salomone non si prende eccessivamente sul serio. Lavora con Tivioli e Marni, ma nel suo atelier ha sfondi che ricordano la carica dei 101.

Presiede alle giurie dei più importanti eventi di settore, ma si fotografa i capi con il telefonino.

Bruno Salomone sta cercando di “rivoluzionare” il concetto della pelliccia attraverso l’uso del colore e delle lavorazioni ad intarsio ma non dà a conoscere che ha studiato marketing e posizionamento internazionale del prodotto.

Bruno Salomone non si propone come “ri-cercatore” della moda. Eppure in Francia dove opera Marion Chopineau, si creano sculture in pelliccia e la ricerca sul materiale si arricchisce di tecniche stupefacenti che paiono essere apprezzate soprattutto in Cina; Cina e Francia che rappresentano anche due dei principali mercati di sbocco delle produzioni italiane. E dove Bruno Salomone è presente ed intende rafforzarsi.

E’ simpatico. Si diverte.

Recupera e nobilita un mestiere ed un settore che affondano radici nelle norme suntuarie rinascimentali. Nel XV secolo il mastro artigiano non poteva confezionare “palandrane foderate di pelliccia” a chi per legge non se le poteva permettere.

Che il problema della pelliccia non è nell’oggetto in se, ma nell’averla voluta, pensata e distribuita come un bene di largo consumo.

Un capo in pelliccia è un tributo trascendente. Adempie alla sua funzione quotidiana coprendo corpi glabri e proteggendoli dalla natura poco benefica. Ma porta in sè la forza di una specie che migra in un’altra. E da questa ai suoi posteri.

Come un talismano.

Come un rosario.

Come un oggetto d’arte.

Così nella galleria di Bruno Salomone rientrano i parka, usciti dal modernismo degli anni Cinquanta e dalle foto di Kate Moss degli anni Duemila, riportati all’etimo originale della lingua nenets russa “fatto di pelliccia” ma nuovamente cambiati: dentro voltpe tinta e fuori tessuto idrorepellente cosparso di farfalle ricamate.

E bolerini di zibellino canadese che Audrey Hepburn avrebbe indossato a Roma.

E visoncini bianchi e leggeri come zucchero filato che a toccarli, senti sotto le dita i petali di ghirlande pastello.

E cappotti di visone nero con grandi bolle bianche ad alzarsi sullo sfondo dell’asfalto cittadino.

E bikers rossi, blu e gialli che paiono colorati da bambine norvegesi.

Creazioni che portano date così che siano più facili da ricordare, a stratificare periodi creativi, come i periodi blu o rosa di Pablo Picasso.

Come questa collezione, che di cronaca, porta l’anno domini 2016.

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