Anche i più recenti dati e analisi sull’e-commerce italiano (riferiti alle vendite di prodotti “made in Italy” e alla capacità degli italiani di acquistare on-line) sembrano non andare veramente a fondo della questione: perché il nostro paese rimane fanalino di coda del commercio elettronico internazionale?
Da un lato mi capitano sotto gli occhi i primi dati e analisi del 2013 di Netcomm, il consorzio italiano del commercio elettronico, che ci dicono come sta evolvendo in tempo reale il fashion eCommerce in Italia (http://www.ipresslive.it/Comunicates/Detail.aspx?ComunicateID=1190), evidenziando trend di crescita positivi a due cifre per gli acquisti (l’analisi prende in considerazione i prodotti scelti l’utenza italiana acquirente, i metodi di pagamento e i canali di acquisto, ma dice poco sui timori e sulle ragioni che separano i produttori italiani dal commercio elettronico).
Dall’altro ho presente il Blue Paper di Morgan Stanley Research dello scorso gennaio sui nuovi temi (strategie di approvvigionamento e logistica) e scenari (nuovi mercati e frontiere e tecniche di penetrazione) dell’eCommerce internazionale (http://www.businessinsider.com/morgan-stanley-ecommerce-disruption-2013-1?op=1) e non posso proprio dimenticarmi che: 1. mentre il nostro commercio elettronico cresce a due cifre avanza anche quello altrui e a ritmi molto più sostenuti del nostro; 2. bisogna individuare più precisamente gli ostacoli alla nostra crescita insieme alle loro soluzioni, altrimenti mentre noi continueremo semplicemente ad andare a scuola di eCommerce con l’abecedario gli altri si diplomeranno sempre alle grandi università dell’innovazione.
La coniugazione del “Made in Italy” con il commercio elettronico è una questione che sta molto a cuore a Italian Beauty e che, attraverso la voce di Sabrina Danieli, CEO e fondatrice della società, cerchiamo di affrontare ogni volta che troviamo un interlocutore interessato.
Alcuni giorni fa Sabrina è stata intervistata da Giovanni Maria Riccio dell’Università di Salerno durante un seminario del Laboratorio In.Di.Co. sulle modalità di acquisto consapevole in rete e la difesa dalle truffe. L’audio completo dell’intervista potete trovarlo a questo indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=VEptyF70hNk (solo in italiano).
Ci sono due punti molto interessanti che Sabrina ha toccato nell’intervista con il dot. Riccio: la questione del ‘buon prezzo’ e quella del ‘timore di truffe’ sia da parte degli acquirenti che dei produttori italiani.
La leva del ‘buon prezzo’, ci dice Sabrina, è indicata da molti studi come una delle ragioni fondamentali per cui un acquirente, italiano e non, si avvicina ad Internet con il desiderio di aggiudicarsi un prodotto di un brand specifico o un prodotto di una categoria (scarpe, borse, accessori…), approfittando di un’offerta o di un’occasione speciale. Pertanto, un venditore che propone on-line un prodotto manifatturiero di qualità, come quelli italiani, deve trovare il giusto compromesso tra l’aspettativa di un cliente disposto ad acquistare on-line, riponendo fiducia in un negozio immateriale, e il valore aggiunto del prodotto stesso.
La seconda questione che Sabrina affronta è quella delle truffe: truffe nei confronti degli acquirenti (condizioni poco cristalline di resi e restituzioni), ma anche dei venditori/produttori. I nostri imprenditori della moda sono terrorizzati dalle carte clonate oltre che dal rischio di plagio di concorrenze sleali. Le banche italiane rispondono con misure di controllo molto strette e questo fa sì che l’utenza italiana evolva ancora troppo lentamente verso il commercio elettronico e che quella straniera rimanga bloccata all’ingresso del nostro mercato. Paradossi immateriali!
Quindi, Sabrina, l’assunzione di un certo grado di rischio fa parte del gioco? È questa la condizione per non rimanere dei ‘lillipuziani’ dell’e-commerce?