NYFW2016: L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI SPAGNA

Della New York Fashion Week 2016 non posso non cogliere un preciso riferimento alla Spagna.

Sarà che sono appena rientrata da Madrid, dove ho portato il mio carico di ammirazione alla mostra Vogue like a Painting aperta al Thyssen Bornemisza (si chiude il 12 ottobre).

Sarà che ho intuito l’importanza di Madrid nelle geoeconomie delle Nuove Americhe, ma la gioiosa ripresa di Oscar De La Renta, di Michael Kors, di Carolina Herrera e perfino di Riccardo Tisci in Givenchy a me sembra evidente.

Ci sono i colori, i tagli sbiechi, le rouches, le abbondanze floreali, le “quasi crinoline” negli abiti da sera, che splendono nelle gallerie del Prado.

Voglia di conquista dei mercati sudamericani?

Tentativo di occupare uno spazio lasciato libero dalle icone del lusso italiano che non si sono viste sul red carpet la scorsa settimana?

Omaggio alla sensibile ripresa dei cugini spagnoli dopo il salasso imposto dal Fondo Monetario Internazionale?

Anche l’attenzione alla cura artigianale è nuova a New York. Non l’avrei creduta percorribile in Michael Kors, con i suoi volant ed i suoi fiorellini applicati sopra zapatos che fanno il verso alle germaniche Birkenstock.

Che derivi dall’abbondanza di artigiani della moda ancora vivi e produttivi in Spagna? A Madrid le camicerie, le sartorie di alta moda e gli atelier di giovani talenti abbondano lungo le calle del centro. E sfidano orgogliose i super mall di Primark, H&M, Zara.

Dell’ Urban Chic che ha generato il ns. fenomeno Prada, leggo traccia solo in Riccardo Tisci, al timone di Givenchy, che imbocca la direzione artistica di Marina Abramovich ed il cupio introspettivo della cultura panslava. In sottoveste, però.

Carolina Herrera reinterpreta il plissé (difficile tecnica sartoriale che richiede una fantastica zona stireria! ndr) , in gonne con larghi pannelli bianchi e rosa, abiti dolci dalle lunghezze midi. Mette abbondanza di pieghe sugli abiti al ginocchio, che conservano la modestia e la precisione del taglio sartoriali. Usa i colori pastello, il riosa cipria in particolare o rosa quarzo, come lo chiama ora Pantone e ripropone, per la gioia delle donne russe e delle mamme di Eugenio Bennato, i modelli a corolla di Grace Kelly.

In un’era della sociologia NO Gender, New York 2016 rispolvera la Donna Donna, senza se e senza ma. Così è in Oscar de la Renta, dove l’inglese Peter Copping lascia sbocciare garofani rossi sulla sua collezione. Ed espadrillas decorate da nastri ai piedi delle signore.

E Serena Williams, donna bionica del tennis, lancia il guanto della sfida sulle passerelle proponendo la comodità della donna qualunque in una prima collezione di pronto moda che deve averla messa ben più a dura prova della sfida (persa) contro la nostra Roberta Vinci negli US Open.

Serena Williams

NY2016- Oscar De La Renta

NY2016- Michael Kors

NY2016- Givenchy

NY2016- Carolina Herrera

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Serena Williams

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LE INFINITE FORME DELLA BELLEZZA UMANA

Alle imminenti sfilate Donna di New York sarà protagonista la fulva diciottenne australiana Madeline Stuart.

Madeline Stuart: una ragazza “qualunque” nè magra, nè alta, nè sexy. Una ragazza Down, con un sorriso capace di sconfiggere le tenebre.

Le dedicano interviste i quotidiani di grandi tirature. Sul DailyMail australiano leggo che :

Madeline Stuart di Brisbane ha conquistato un servizio fotografico a New York, 7 case di moda indipendenti ed una legione di fans sulle sue pagine profilo.

La via del successo di Madeline Stuart è fatta di alcune importanti e recentissime scelte: perdere 20 kg di peso in nome della salute; sentirsi bella; decidere di raccontarsi alla gente.

Secondo l’autrice del DailyMail, Madeline si è data la missione di cambiare il concetto comune di bellezza.

Un concetto ripreso anche da Cosmopolitan, che a commento dell’ingaggio ottenuto per le sfilate di New York si domanda quale sia il messaggio che il pubblico si porterà a casa dopo le sfilate.

La risposta della madre di Madeline è:

“non giudicate il libro dalla copertina”.

Il racconto di Madeline Stuart mi fa pensare a quello di Viktoria Modesta, bellezza ventenne estone, che ha creato la sua carriera di artista dopo aver trasformato il suo corpo, mutilato della gamba sinistra, in un’opera d’arte esibita sulle passerelle e negli studi agli occhi dei fotografi e dei celebranti delle bellezza.

Viktoria Modesta non incarna la ragazza qualunque. Viktoria è l’interprete di un cartoon giapponese, un Robot invincibile che riluce di swarovsky; un’anima che governa la materia, una macchina che sconfigge il limite.

Sul fronte maschile rispondono le anime di Alex Zanardi, solare Ironman, e di Oscar Pistorius – dannata e perduta.

Ne deduco che il concetto di Bellezza più moderno non riporti più ad una deità umana, esclusivamente umana ma ad una nuova forma, un pò uomo, un pò macchina, quasi degli Avatar pronti a superare anche i confini terrestri.

E che questa nuova Bellezza non sia una Bellezza Rivelata ma un Demone preso dal pantheon delle divinità orientali.

D’altro canto, solo in Italia, oltre quattro milioni di persone hanno corpi mutati (fonte Censis) e si stima che nel 2020 ve ne sarano quasi 5 milioni e nel 2040 quasi 7 milioni.

Mutati come? Sia motoriamente che intellettivamente.
Oggi in Italia le persone con sindrome di Down sono circa 48.000, le persone affette da disturbi dello spettro autistico circa 500.000, circa 500 mila quelle con gravi difficoltà motorie.

Viktoria Modesta

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IL FATATO MONDO DEL FASHION ECOMMERCE RUSSO

In questi giorni che preludono alle consegne e vendite delle collezioni autunno inverno 2015-2016, si distinguono per dinamismo e voglia di bellezza i clienti russi.

Non che siano facili da soddisfare. Ci sono duemila anni di abili mercanteggi nel loro DNA che nemmeno le crisi e gli embargo mettono in dubbio.

Vero è che il retail sta subendo una radicale ed accelerata trasformazione anche in Federazione Russa, galassia di mercati nazionali che rincorre l’accelerazione impressa ad Occidente nei templi del consumo.

Come ci raccontano Elena Bogdanova, creatrice dell’evento ArtPlatform a Ekaterinburg e Mila Kozlova, fashion designer con atelier a Stresa, la Federazione Russa in cinque anni è passata dalla distribuzione tradizionale – grandi catene a controllo pubblico e semiprivato- agli shopping center di grandi superfici, agli outlet ed ora al commercio online.

Secondo Pricewaterhouse Coopers PWC, le vendite on line nel retail russo dovrebbero raggiungere il 10-12% nel biennio 2018-2020 e la parte della popolazione russa che utilizza internet aumenterà fino al 68% da qui al 2017 raggiungendo 38 milioni di famiglie. Attualmente, il 43% delle persone utilizza l’Internet mobile (61 milioni di utenti). Nel 2017, questa cifra passerà ai 100 milioni.

L’abbigliamento è il leader delle vendite on line per il mercato russo. Secondo l’agenzia Markswebb Rank & Report ogni mese 6,4 milioni di consumatori ordinano vestiti e scarpe (il 32% dei cyber-acquirenti e il 22% degli utenti russi). Il 67% dei consumatori sono donne, che rappresentano ad oggi il 54% degli utenti russi. In totale, 20 milioni di russi effettuano acquisti on line, ovvero il 71% degli internauti attivi.

Le donne e gli uomini nella fascia di età che va dai 25 ai 34 anni, rispettivamente il 18 e il 16% degli internauti attivi, rappresentano la più attiva generazione di cyber-acquirenti. I meno attivi sono le persone appartenenti alla fascia 55-64 anni con soltanto il 5% di donne e il 3% di uomini che acquistano on line.

Il 23% dei clienti che acquistano on line abitano a Mosca, quasi l’8% a San Pietroburgo e circa il 18% in altre città con più di un milione di abitanti. A Mosca la percentuale di clienti tra gli utenti di internet supera l’80%, seguita da San Pietroburgo con il 79% e le città più piccole (da 100 a 500 mila abitanti) con il 63%. I maggiori consumatori on line sono quelli che hanno un reddito più elevato. Tra le persone che guadagnano più di 100,000 rubli al mese (circa 2,000 euro), il 91% effettuano i loro acquisti on line regolarmente. Il metodo di pagamento più diffuso è il contrassegno (43%). Il 34% dei pagamenti viene fatto tramite carta di credito e il 10% con sistemi tipo Paypal. Il resto degli utenti preferisce pagare con sistemi e terminali di pagamento russi (Yandex, Qiwi).

Abbiamo dato un’occhiata ad alcuni dei siti di fashion ecommerce più in voga. KupiVip e LaModa ci hanno dato un’idea di lusso abbastanza lontana dai nostri standard e probabilmente anche da quelli delle masion che sono liberamente citate.

Ci hanno colpito, viceversa, la facilità di utilizzo, la semplicità delle informazioni, la quantità di commenti lasciati sulle pagine dai consumatori.

Per contro abbiamo cercato gli accessori di Pazolini, marchio che si è presentato anche all’attenzione del consumatore italiano, prima negli spazi del multistore COIN, oggi con punti vendita diretti, il cui format è anche stato premiato dalla critica di settore.

Pazolini ha scelto di utlizzare la soluzione temporary store appoggiandosi ad un noto operatore online italiano. Che abbia cercato la prossimità con gli altri brand del lusso italiano? Possibile. O forse sta entrando nelle orbite d’interesse della finanza di settore?

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BURBERRY: MODA IMPERIALE, MODA INGLESE

Burberry, Burberry, Burberry. Tutti gli operatori della distribuzione top brands chiamano Burberry. L’icona della moda British dal 1856 è entrata nell’immaginario collettivo globale. La Cultural Heritage del British Empire ha ricondotto al tartan ed al trench il senso di identità ed appartenenza ad una collettivo esclusivo e conservatore.

Dietro le finestre dei grattacieli di Astana, come sugli ascensori della Raffles, o nell’umidità di Macau, Tartan e Trench sono LUXURY.

E pare che il piatto sia ricco per tutti.

Mentre gl’Italiani combattono per il Made In Italy, i britannici si godono il rientro delle produzioni manifatturere del tessile moda. Nel solo 2013 sono stati calcolati 5mila nuovi posti di lavoro nella filiera del fashion ed il futuro sorride alle modelliste: nel 2020 ci saranno 20mila nuovi posti di lavoro.

Queste stime, elaborate dalla Fondazione Lord Alliance in un poderoso studio dal titolo “The Repatriation of UK textiles Manufacture” è stata presentata al Parlamento Britannico che ha potuto identificarne la localizzazione geografica: Lancashire e West Yorkshire, aree depresse del paese  mai ripresesi dalle chiusure delle miniere.

La moda inglese pesa per 9 miliardi di sterline l’anno sulla bilancia del paese, genera 100mila posti di lavoro ed esporta 5,5 miliardi di sterline (dati 2013).

Perchè le produzioni rientrano in Gran Bretgna? Secondo lo studio, per due ragioni principali: la distribuzione di settore (sia fisica che virtuale)  impegnatasi in una campagna di vendite efficace ed efficiente del 100% made in UK; il cambiamento di mentalità del consumatore inglese che privilegia 100% Made in UK.

Di particolare significato le dichiarazioni di Paul Short, presidente del gruppo d’azione N Brown, che ha dichiarato:

“Il programma nazionale N Brown per la crescita del settore tessile è attivo solamente da 12 mesi nel Nord del Regno Unito, eppure ha già creato più di 1.600 posti di lavoro. Vogliamo ringraziare il Governo e tutti i nostri partner per il loro supporto nel nostro sforzo per stimolare gli investimenti nella filiera tessile in Gran Bretagna. I nostri sforzi uniti mostrano chiaramente che i dettaglianti, agendo insieme alle autorità locali e nazionali, sono in grado di generare un reale impatto economico”.

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HAUTE COUTURE A LA ULYANA SERGEENKO

A Parigi Alta Moda, nella sezione novità, è stata inserita la designer russa  Ulyana Sergeenko. A noi che la seguiamo da tempo, sulle pagine di Itrendyavenue e su quelle di Vogue, l’ingresso fra i grandi couturier di Francia ci ha mosso all’orgoglio…ci siamo dette..l’avevamo detto noi con sorrisetto compiaciuto.

Non che le passerelle di Ulyana Sergeenko siano state accolte da imperituro omaggio..anzi la stampa di lingua inglese le ha preferito la collezione Versace.

A noi l’esuberanza di Ulyana Sergeenko piace; piace come l’orgoglio con il quale ha costruito la scenografia della sfilata raccontando la “metamorfosi” del suo paese visto con gli occhi di una nobildonna spossessata delle sue avite stanze all’epoca della rivoluzione russa.

A noi pare, in effetti, che nel tratto e nella fantasia di Ulyana Sergeenko ci sia sempre un elemento estetico che cerca, letteralmente negli abiti, di “cucire lo strappo della storia e del gusto” intervenuti, repentinamente 100 anni fa in Russia a separare la Russia dall’Europa.

Per le novelle Lara, allegre, romantiche e sensuali, vi sono pizzi poggiati su monacali abiti neri, gonne dalle silhouette gonfie sui fianchi e dal grande impatto grafico , capi spalla morbidi, avvolgenti, in pelliccia tinta con colori infantili e decori a contrasto. Cuffiette di pelliccia, manicotti di pelliccia e piccole borse a boule con fiocco completano questa donna che non ha scelto il minimalismo europeo per esprimere la sua giocosità.

Ulyana Sergeenko, celebrata anche come socialite internazionale, studi di filosofia e kilometri di passerelle nelle gambe, nata in Kazakhstan, ha creato a Mosca il proprio brand nell’aprile del 2011.

Ha fatto della sua eredità culturale la cifra del suo marchio e l’ ha dipinta con  i ricordi d’infanzia e col recupero della tradizione manifatturiera del suo paese. In pochi anni l’azienda è passata di 5 a 100 dipendenti tutti impegnati nella haute couture.

E non chiamiamola, perfavore, haute couture diversamente haute couture..Dita Von Teese, probabilmente osando linee poco adatte alla sua golosamente carnale silhoutte ha sfoggiato un Sergeenko PE15 sul red carpet.

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LA SEDUZIONE DELLA MODA MASCHILE IN VERSIONE CINESE

A noi di Itrendyavenue, Ji Wenbo e Zeng Fenfei piacciono. Li abbiamo visti a Milano, la scorsa settimana e ci sono piaciuti i loro uomini pesce e quelle parvenze da Ultimo Imperatore che dimostrano (o ri-mostrano) il lato narcisistico di un popolo, a lungo raccontato  come “una freccia all’arco del socialismo collettivista”.

Viceversa la Cina ed i cinesi sono individualisti, votati al nuovo D-IO IO IO, adorato in Occidente dal 1980 ed ora diffuso, sulle gambe dei liberi imprenditori e delle star di Hollywood anche sugli altopiani desertici dell’Impero di Mezzo.

Oggi, dopo viaggi, cinefilia cinese, mostre, documentari storici, libri, incontri, capiamo che l’individualismo del consumatore cinese è la sirena dei marchi della moda occidentali che pensano di colmare un bisogno di riconoscimento sociale con gli orpelli prodotti dalla cultura industriale occidentale.

Afferma Yvonne Lum di Nielsen Hong Kong

“L’individualismo è passato al primo posto. Tutto è incentrato sull’io, io, io. Tutti sono alla ricerca di eventi ricchi di emozioni, di date e giorni speciali. Oltre a San Valentino del 14 febbraio, c’è il “San Valentino bianco” del 14 marzo;  il 17 aprile. E poi l’11 novembre, dedicato ai single”

Festa che l’anno scorso ha generato 2,7 miliardi di euro ( tre volte in più del totale delle vendite realizzate negli USA il giorno del Black Friday n.d.r.).

Ai Cinesi piace viaggiare e comprare.
Fra gli adoratori di D-IO IO IO con gli occhi a mandorla si pratica molto anche lo shopping tour “che compone l’elenco delle cose da fare almeno una volta nella vita” afferma Yvonne Lum. L’Australia è la meta preferita. Seguono Francia e Stati Uniti. Le vendite travel ai turisti cinesi crescono a due cifre. Gettonatissima, ai fini dello shopping tour,  anche la Corea.

Siamo davvero avanti al Popolo di Mezzo?

In Cina abbiamo cercato mall e shopping centre per capire le proposte. Godono di grande successo gli orologi Sea-Gull, Shang Xia, Shanghai Tang ed Exception, che compongono la  Top 10 dei brand cinesi di lusso.

Di fronte a questo crescente concorrenza, i marchi europei del lusso hanno comunque una carta da giocare, “quella del patrimonio artistico e della storia”, valuta Yvonne Lum. Nella terra dell’urgenza di vivere, l’evocazione del ricco passato di un marchio può anche innescare il bisogno e il brivido dell’acquisto emozionale.

Alla Fashion Week di Pechino si accede per bando di gara, un sistema apprezzato da schiere di giovani designers formatisi alle Accademie della Moda Europee ed alla ricerca, come i loro colleghi europei ed italiani, di un investitore/partner industriale.

Partner industriale che non è dificile trovare in Cina, principale fornitore del comparto moda italiano e maggior fornitore di tessuti ed abbigliamento.

Secondo le stime di Sistema Moda, nel 2019 le importazioni dal mondo in Cina si aggireranno sui 18,5 miliardi (+49,6%) e quelle dall’Italia (+49,6%) potrebbero arrivare ad  1,8 miliardi. Nel 2019 l’abbigliamento dall’Italia concorrerebbe per 528 milioni di euro (+38,9%).

Ma il solo Black Friday nel 2014 ha generato 2,7 miliardi di Euro di fatturato…

Zeng Fenfei

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Il LUSSO RESTA. LA TECNOLOGIA PASSA.

Si sta concludendo la settimana più glamour della moda italiana, moda maschile, in particolar modo.

Pitti Uomo, Milan Fashion Week e White si sono rincorse ed hanno fatto correre esperti, società di consulenza, bloggers, designer e ospiti vari.

Cosa rimane oltre alla ricerca di contratti di vendita e nuovi equilibri valutari sui listini prezzi?

Sicuramente una consapevolezza, peraltro già indicata dall’ultima conferenza di Condè Nast International Luxury: La tecnologia cambia il lusso.

Massima sintesi è quella di Antoine Arnault – Ceo di Berluti e Loro Piana:

“Il lusso sta vivendo un radicale cambiamento, tecnologia e lusso si stanno fondendo. L’evoluzione digitale è una rivoluzione sociale ed economica, con tempo e spazio stravolti”.

E come dargli torto? Le ricerche compiute da numerosi centri studi rilevano che il 95% dei consumatori del Lusso ha un dispositivo elettronico ed il 75% ne ha più di uno. Tre acquisti su 4 sono condizionati dalle opinioni dei navigatori internet. Le rilevazioni dell’Unione Europea indicano che il mobile aumenterà del 38% le vendite online mantenendo a doppia cifra la crescita del fashion ecommerce per i prossimi 5 anni.

Le aziende della tecnologia entrano nel lusso. Ma le aziende del lusso sono disposte ad accoglierle?

Nell’opinione di Arnault  le maison sono  ”in ritardo, molti marchi sono in ritardo” e rileva che “Amazon porta a casa prodotti in poco tempo, le aziende stanno alzando le aspettative dei clienti. Quindi dobbiamo fare molto, è vero, ma stiamo guadagnando terreno. Non rischiamo di diventare obsoleti come un cd o un disco perchè una borsa non diventerà mai obsoleta”.

Il lusso è senza tempo, invece la tecnologia è legata al tempo.
Quale sarà l’evoluzione del retail del Lusso dei prossimi anni? Secondo LuxHub del gruppo Havas i cambiamenti dei prossimi 3-5 anni sono legati al mondo digitale, l’Africa ed il segmento maschile.

Maschile: il mercato dell’abbigliamento uomo è in forte crescita, (+150% rispetto alla moda femminile), gli uomini di più di 35 anni posseggono una crescente capacità di spesa media e preferiscono essere  raggiunti in contesti non-fashion. Online, appunto.

Digitale: La generazione Y, quella dei bambini del millennio (i cosiddetti Millennials) nati fra il 1982 e il 2002 e cresciuti con il Web, comincia a dettare le tendenze sia tecnologiche che estetiche. La sfida è creare esperienze veramente WOW!  Per creare l’effetto WOW i marchi di lusso diventeranno progressivamente dei canali mediatici, mentre i media tradizionali si trasformeranno in nuove vetrine digitali.

Africa: è la nuova destinazione del Lusso, soprattutto digitale.

Superlusso o lusso accessibile?

Occorrerà scegliere il  posizionamento in uno sforzo di coerenza che cambierà il profilo dei marchi.

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A ‘mmuinna del social blogger

Della videoconferenza con la sede di Dublino di Facebook mi restano in mente pochi elementi di novità ed una sonora risata, trattenuta, alla richiesta  ”le piccole aziende elaborino un PIANO DI COMUNICAZIONE”.

hahahahahaha

Le piccole aziende italiane NON sanno cos’è un piano di comunicazione e, se lo sanno, non hanno le capacità finanziarie per sostenerlo. Il che è pure peggio.

In effetti i social media brulicano di social experts che dettagliano i risultati di visibilità – brand awareness- promossi e raggiunti per talune aziende/prodotti e che s’indignano per i goffi tentativi compiuti da poveri marketing manager – poveri in senso di budget da investire- che cercano vendite chiedendole a blogger altrimenti chiamati social influencer.

Ehggià..le cose non girano mica così facili, cari signori miei. Mica siamo in America!

In Italia le Chiare sono tante e non tutte Blonde. E i Mariano sono belli e circuitati dalla tv che,oltre ai tronisti, ha bisogno degli influencer..a volte armati di post it.

Perchè in Italia si sente l’irresistibile bisogno di privilegiare lo spettacolo, a ‘mmuina, la vanagloria e non o business?.

“Per uno scatto su Instagram chiedo tra i 5mila dollari e i 15mila”dichiara ad Harper’s Bazaar  Danielle Bernstein, blogger 22enne. Il suo We Wore What, ha raggiunto quasi un milione di follower sul social network più blasonato e frequentato dai seguaci della MelaMorsa.

Guadagni che potranno anche raddoppiare quando avrà superato la soglia del milione di fans.

Secondo Harper’s Bazaar, l’industria della moda spenderebbe più di un miliardo di dollari all’anno per “pagare” la libera stampa dei post pubblicati sui canali dei blogger. Una cifra che, a giudicare dalle sempre più frequenti commistioni tra brand e influencer, è destinata a salire.

In USA chi ha centinaia di migliaia di follower può partire dai 500 dollari e arrivare ai 5mila dollari per post. Chi ha più di 6 milioni di follower sarebbe libero di chiedere dai 20mila dollari ai 100mila.

In Italia i fashion blogger – tutti riuniti in piccole tribù a sostegno l’uno dell’altra- una litania di specchi ed echi nel Palazzo della Moda Fu-Italiana – arrancano fra un contest e l’altro, autoprodotto ed autopromosso, per esserci in elenchi di “TOP bloggers” utili alla Fiera della Vanità e non al mercato del Business.

Mentre consulenti di Media Marketing insegnano alle Piccole e Medie Imprese, durante corsi finanziati dalla macchina pubblica delle camere di commercio, alleata strategica di Google e Facebook, a NON avvalersi di bloggers ma a fare da sole e a creare campagne di Search Engine Marketing e ADV senza intermediari su Facebook e Google “così possono controllare il budget senza sprechi”.

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